Diario Quotidiano

Chi sono


Sono un curioso cronico, mi interesso di tutto ciò che riesce a stupirmi. Sono un animale sociale, sto bene con tutti o quasi; cerco sempre di cogliere dagli altri ciò che non sono. Non sono per niente paziente ma quando è necessario so aspettare, come quando smonto e rimonto orologi a palette Solari Udine. Non mi piace perdere tempo, per questo sono disordinato: finchè posso tengo tutto nella mia testa, ogni tanto dimentico ma se accade vuol dire che dovevo perdere qualcosa perchè c'è qualcos'altro di nuovo che è più importante. Nella vita faccio l'architetto, un giorno spero di diventarlo, nel frattempo mi occupo anche di comunicazione e ho creato e sto creando alcune startup. Fino ad ora ho cambiato 12 case e non vedo l'ora di passare alla tredicesima. Vado spesso a piedi ed in bici ed odio i pedoni che camminano sulle piste ciclabili ed i ciclisti che camminano sui marciapiedi. Sono sempre predisposto positivamente verso il prossimo, diffido solo delle persone estremamente ordinate e di chi non ti guarda mai negli occhi. Nella vita ho incominciato a fare qualcosa di cui vado orgoglioso: ho fondato e diretto per 12 anni una delle prime riviste digitali di architettura del web; ho fermato un ecomostro, ho vinto qualche concorso di architettura; ho smesso di fumare e dato il nome al MAXXI . Se riesco ad affrontare tutto con serenità e concentrazione è perchè la mia vita è serena ed appagata, perchè in fondo, sarà retorico dirlo ed ancor più scriverlo, ma è l'amore la cosa più importante, perchè da soli è bello vivere ma condividere è un altro passo!

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ITALIA, STORIA DI UN PAESE IN SVENDITA

Corre l’anno 1999, siamo agli albori della Seconda Repubblica. Il 1999 è un anno di grandi cambiamenti in Italia in un momento di forte instabilità politica.  E’ l’anno in cui nasce l’Euro che poi entrerà in vigore come moneta unica nel 2002. E’ l’anno in cui Carlo Azeglio Ciampi viene eletto Presidente della Repubblica e Romano Prodi Presidente della Commissione Europea lasciando la Presidenza del Consiglio a Massimo D’Alema. L’Italia si trova davanti un momento decisivo per il futuro dell’economia dei futuri decenni. Con l’avvento della moneta unica ci si apre ad un mercato internazionale con una logica economica ancora legata alla piccola e media impresa che fino ad allora aveva sostenuto l’economia del nostro paese. Sono gli anni delle privatizzazioni e così si decide di smembrare l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale

FACCIAMO UN LUNGO PASSO INDIETRO

L’IRI nasce in piena epoca fascista come manovra d’emergenza per sostenere l’economia messa in ginocchio dalla crisi del ’29 e salvare le tre principali banche italiane: il Banco di Roma, la Banca Commerciale e il Credito Italiano.

L’IRI risultò decisiva anche dopo la seconda guerra mondiale, con l’Italia che usciva devastata dal conflitto mondiale. La capacità produttiva dei cantieri navali era ridotta del 60% e la capacità di produzione dell’acciaio era crollata inesorabilmente del 99%. Per la seconda volta l’IRI, ora controllata da un regime democratico, contribuì alla rinascita del paese con la holding Finmeccanica che diede una grande slancio alla ripartenza dell’economia. Tra ill 1948 ed il 1962 il PIL italiano cresce del 130% e la produzione dell’IRI addirittura del 350% rappresentando da sola il 4% del PIL (M.V. Posner e S.J. Woolf). Il mondo guarda l’IRI come il modello virtuoso da imitare. Sono anni di grande crescita. Nella pancia dell’IRI negli anni ’50 arrivano RAI, Alitalia e nel 1959 viene creata Fincantieri per sostenere il peso dell’industria navale in difficoltà. Il segreto della crescita dell’IRI é il perseguimento degli obiettivi, non legati agli utili bensì agli interessi dello Stato, un mix tra società controllate che sono incoraggiate ad agire come società private ed un organismo centrale che agisce da investitore mette al riparo la struttura dalla cattiva gestione tipica delle macro strutture statali dei paesi comunisti. E così, mentre l’IRI è al 100% di proprietà del Governo, le subholding non lo sono, e quindi queste possono attirare anche gli investimenti privati: una virtuosa combinazione tra dinamismo tipico del capitalismo imprenditoriale con la tutela sociale del socialismo.

Con l’arrivo degli anni ’70 finisce l’espansione dell’IRI ed inizia il declino. L’economia subisce un forte rallentamento e così la mega società statale che fino a poco prima era stata la fortuna dello sviluppo del nostro paese si trasforma nel secchio della spazzatura dove assorbire tutte le società che entrano in crisi. Gradualmente gli investimenti privati passano dal 49% a zero. Si rompe quell’equilibrio pubblico-privato e piano piano il gruppo si trasforma in strumento elettorale della politica grazie alle mega assunzioni finalizzate solo al consenso elettorale e prive di qualsiasi fondamento economico (Euromoney).

L’apice viene raggiunto nel 1982 con 1000 aziende ed oltre mezzo milione di lavoratori. In quel periodo 3 italiani su 100 lavorano in una società controllata dall’IRI. Le perdite diventano spaventose, nel 1982 le perdite arrivano a 24,3 miliardi di dollari.

LA STORIA RECENTE

A questo punto arriviamo a Romani Prodi. La parola chiave per sistemare i conti è privatizzare. Iniziano le privatizzazioni e così passano in mano privata 29 società tra cui l’Alfa Romeo venduta alla FIAT per 1000 miliardi di vecchie lire rateizzati quando la Ford era pronta a sborsarne il doppio in contanti. Sono gli anni dei prepensionamenti e dei relativi baby pensionati per ridurre il numero elevato di dipendenti e spostando il debito dalle casse dell’IRI a quelle dello Stato. Grazie a queste operazioni Prodi dichiarò di aver riportato in utile il gruppo per 12 miliardi e 400 milioni di vecchie lire. In realtà la Corte dei Conti scoprì l’enorme falso in bilancio di Prodi basato su interpretazioni dello statuto. La Magistratura contabile dello Stato scrive:”Il complessivo risultato di gestione dell’Istituto IRI per il 1985, cui concorrono… sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984». La Corte, inoltre, segnalava che le perdite nette nel 1985 erano assommate a 1.203 miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984.

CARLO DE BENEDETTI

Nel 1986, Romano Prodi svendette il più grande gruppo alimentare dello Stato, la SME alla Buitoni di Carlo De Benedetti per soli 497 miliardi, quando il valore globale della SME era di 3.100 miliardi dei quali solo nelle casse ne erano presenti 600 miliardi di denaro liquido.

Nel 1992 L’IRI viene collocata in borsa, in quel periodo il 25% degli scambi azionari riguarda proprio società dell’IRI. A farne incetta sono i grossi gruppi industriali e dopo un breve periodo in cui i conti erano tornati in pareggio si ritorna nel baratro.

Nei primi ani ’90 le pressioni dell’Europa, in procinto di un’unione monetaria, richiedono che il debito pubblico italiano non superi il 60% del PIL e contestualmente il non superamento del debito fiscale al 3% del PIL. Nel 1992 l’Italia viaggiava sopra il 100% di indebitamento, solo l’ILVA nel ’92 aveva raggiunto quasi 2 miliardi di dollari di perdite tuttavia nel 1993 con 67,5 miliardi di dollari di fatturato, era la settima società al mondo per fatturato.

I GRUPPI STRANIERI

E così nel 1993 Ciampi richiama di nuovo Romano Prodi per risollevare nuovamente il destino dell’IRI. “O privatizziamo o moriamo” è la frase del democristiano bolognese che porta ad una nuova privatizzazione, questa volta non azionaria ma di vera e propria vendita delle società. Vengono vendute prima le banche: la Banca commerciale Italiana ed il Credito Italiano, poi tocca alla Italgel (Gelati Motta, Antica Gelateria del Corso, La Valle degli Orti), Buitoni vendute alla multinazionale francese Nestlé, proprietaria anche del Gruppo Sanpellegrino (Levissima, Recoaro, Vera, San Bernardo e Panna), Galbani, Locatelli, Invernizzi e Cademartori vengono acquistate dalla francese Lactalis (che nel 2011 acquisterà anche Parmalat), il comparto Cirio, Bertolli, De Rica viene acquistato per 310 miliardi alla Fisvi, la società di un semisconosciuto imprenditore di nome Carlo Lamiranda, che poi rivende le tre società ad un prezzo maggiorato ad Unilever, con Romano Prodi che contestualmente al mandato dell’IRI ne era advisory director. Così facendo Prodi aveva permesso che venisse a conclusione un’operazione molto complicata: la Unilever, di cui lo stesso era advisory director, poteva accaparrarsi il ramo olio, settore strategico del gruppo, senza sopportare gli obblighi di natura finanziaria derivanti dalla stipula del contratto di acquisto direttamente dall’IRI. Lo stesso Prodi, in questo modo, evitava il conflitto di interessi. Inoltre l’Iri aveva venduto la CBD (Cirio, Bertolli, De Rica) violando le direttive del Cipe che prescrivevano il conseguimento del miglior prezzo. Per questa Vicenda Prodi subì un processo proprio mentre era candidato premier nella scomoda posizione di indagato per abuso d’ufficio. Sarà prosciolto il 22 dicembre 1997. Con una motivazione, per certi versi, imbarazzante. Nella sentenza il giudice Landi si sofferma a lungo sul capo di imputazione, il reato di abuso in atti d’ufficio, la cui formulazione è stata sostituita dal parlamento con una legge del 16 luglio 1997, una legge nuova, intervenuta proprio mentre l’udienza preliminare che vede sul banco degli imputati Romano Prodi è ancora in corso.

La Unilever in seguito venderà il gruppo CBD con ulteriore profitto alla spagnola Deoleo (già proprietaria di Carapelli, Sasso e Friol). Tutti questi passaggi ci fanno comprendere quanto sia stato conveniente l’acquisto del gruppo a spese ovviamente dello stato italiano.

Gli investitori internazionali non si fanno scappare altre l’opportunità di entrare nel nostro mercato e così passano in mano straniera, la Kraft acquista la Negroni S.p.A. poi tocca a Ferrarelle, Peroni, Moretti, Fini, Perugina, Mira Lanza e poi ancora ad Acciai Speciali Terni, Ilva Laminati Piani, Italimpianti e Dalmine. Ma gli anni più ricchi delle privatizzazioni sono il 1997 ed il 1998 quando nelle casse dello Stato entrano 20 miliardi di euro.

IL CASO ILVA

Nel 1995 arriva il turno dell’Italsider venduta alla famiglia Riva, da quel momento la società prende il nome di ILVA. Un altro affare chiuso per 850 milioni di euro considerando che la società ha reso tra il ’95 ed il 2012 tra gli 8 ed i 9 miliardi di euro il tutto senza ottemperare alle diverse prescrizioni del Ministero in materia di inquinamento ambientale e con una riduzione del numero dei dipendenti da 50’000 ad 11’600 unità.

Nel 1999 il Tesoro decide infine di privatizzare Enel; lo stesso anno si chiude con la cessione da parte dell’IRI di Autostrade.

LA FAMIGLIA BENETTON

In quegli anni il Presidente dell’IRI era Gian Maria Gros-Pietro che già nel 1992 era Presidente della Commissione per le Strategie industriali nelle privatizzazioni del Ministero dell’Industria e che nel 1994 diviene membro della Commissione per le Privatizzazioni . Nel 1997 Gross-Pietro è Presidente dell’IRI mentre viene organizzata la cessione di Autostrade per l’Italia che avverrà nel 1999 col passaggio al Gruppo Atlantia S.p.A, controllata da Edizione srl, la holding di famiglia Benetton. I termini dell’accordo non è dato conoscerli visto che sono documenti secretati per cui non possiamo sapere con chiarezza se le condizioni della concessione siano state o meno favorevoli, Quello che sappiamo con certezza che proprio lo stesso Gian Maria Gros-Pietro, dopo aver venduto per conto dello stato ad Atlantia S.p.A le concessioni secretate, ne diventerà presidente pochi anni dopo, nel 2002 e lo sarà fino al 2010. Altre informazioni che abbiamo a disposizione sono le relazioni annuali di Atlantia che nel 2017, relativamente al settore autostradale in concessione, come pubblicato sul sito del Ministero e dei trasporti si evince una crescita del fatturato che sfiora i 7 miliardi di euro a fronte di un calo degli investimenti scesi del 20%.

OLTRE LE PRIVATIZZAZIONI

Con i governi dell’Ulivo la liberalizzazione è sfrenata, perfino le USL, Unità sanitarie locali, si trasformano in ASL, e cioè aziende; ed i presidi delle scuole diventano manager; vengono creati i cosiddetti co.co.co e, quando il patrimonio statale non è più disponibile per essere venduto, viene liberalizzato il gioco d’azzardo con la creazione di 400 sale Bingo, un business che rende dai 70 ai 150 miliardi di vecchie lire l’anno per sala. Un business che fa capo a  Formula Bingo “posseduta per metà da una banca, la London Court, a sua volta guidata da un vecchio amico di D’Alema, Roberto De Santis. Così amico che è stato lui a cedere al leader diessino la fin troppo nota barca Ikarus. Ma la London Court ha un altro azionista al 50%, la Chance Mode Italia, il cui patrono è un altro amico di D’Alema, Luciano Consoli…(Avvenire del 20/01/2001).

FINE DEI SALDI, FINE DI UN PAESE

Il 27 giugno 2000 l’IRI entra in liquidazione, le grandi industrie italiane sono state svendute in nome della privatizzazione. L’Italia entra nell’euro senza possedere più le principali aziende e perdendo definitivamente la sovranità economica. Il finale di questa lunga vicenda che affonda le radici in decenni di gestione disastrosa dell’economia purtroppo lo conosciamo. Difficile capire quanto tempo ci vorrà per ricostruire un paese ridotto in queste condizioni e quale ruolo avrà l’Italia in questa Europa matrigna. Qualcosa già sta succedendo, speriamo sia l’alba di un nuovo cammino.

3 Comments

  1. Un articolo interessante. Manca, per completezza, di dire che negli anni ’80, quando c’erano i soldi, mentre gli altri investivano Craxi spendeva e spandeva, creando il nostro debito pubblico. Perciò il problema non è stato l’Europa ma noi stessi, tanto è vero che tangenti poli fu salutata dalla gente come una liberazione.

  2. Bell’articolo Gianluigi: finalmente hai fatto luce su qualcosa che si conosceva ma di cui nessuno ha mai parlato approfonditamente, specialmente la classe politica che ci ha governato fino all’anno scorso. Voglio aggiungere che fra le altre industrie italiane privatizzate dall’IRI c’è quella delle telecomunicazioni, che per l’Italia era un’eccellenza….svenduta ai francesi!

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