Diario Quotidiano

Chi sono


Sono un curioso cronico, mi interesso di tutto ciò che riesce a stupirmi. Sono un animale sociale, sto bene con tutti o quasi; cerco sempre di cogliere dagli altri ciò che non sono. Non sono per niente paziente ma quando è necessario so aspettare, come quando smonto e rimonto orologi a palette Solari Udine. Non mi piace perdere tempo, per questo sono disordinato: finchè posso tengo tutto nella mia testa, ogni tanto dimentico ma se accade vuol dire che dovevo perdere qualcosa perchè c'è qualcos'altro di nuovo che è più importante. Nella vita faccio l'architetto, un giorno spero di diventarlo, nel frattempo mi occupo anche di comunicazione e ho creato e sto creando alcune startup. Fino ad ora ho cambiato 12 case e non vedo l'ora di passare alla tredicesima. Vado spesso a piedi ed in bici ed odio i pedoni che camminano sulle piste ciclabili ed i ciclisti che camminano sui marciapiedi. Sono sempre predisposto positivamente verso il prossimo, diffido solo delle persone estremamente ordinate e di chi non ti guarda mai negli occhi. Nella vita ho incominciato a fare qualcosa di cui vado orgoglioso: ho fondato e diretto per 12 anni una delle prime riviste digitali di architettura del web; ho fermato un ecomostro, ho vinto qualche concorso di architettura; ho smesso di fumare e dato il nome al MAXXI . Se riesco ad affrontare tutto con serenità e concentrazione è perchè la mia vita è serena ed appagata, perchè in fondo, sarà retorico dirlo ed ancor più scriverlo, ma è l'amore la cosa più importante, perchè da soli è bello vivere ma condividere è un altro passo!

Foto

in Politica e Territorio - Professione

OLTRE L’URBANISTICA DEL “RIPOSTIGLIO”

casa-garage

Notizia di questi giorni è il progetto di legge n. 396/2017 per il recupero dei vani accessori e locali del patrimonio edilizio esistente, che va a modificare la L.R. 96/2000. La proposta, presentata dall’assessore all’Urbanistica Donato Di Matteo nasce con il preciso intento di contenere l’uso del suolo attraverso lo sfruttamento di cubature già esistenti e convertendole in residenziali.

Sono molto soddisfatto dell’approvazione della legge – spiega l’assessore regionale Di Matteo -, un documento importantissimo per il recupero delle superfici non residenziali che darà la possibilità alle famiglie di adeguare la propria abitazione, trasformando locali accessori in residenziali. Inoltre sarà un vantaggio per le amministrazioni comunali e per i privati cittadini che potranno utilizzare tali spazi abitativi senza timore di incorrere in sanzioni per aver trasformato superfici in maniera abusiva. I proventi dati dai recuperi abitativi verrano destinati ad opere di urbanizzazione dei comuni che hanno difficoltà ad avere al proprio interno spazi verdi, parcheggi e servizi per la collettività.”

Fin qui nulla di straordinario visto che è obbligatorio che i proventi derivanti dalla monetizzazione degli standard urbanistici debbano per legge essere utilizzati per la loro realizzazione differita. Diversamente si andrebbe contro il DM 1444/68 nel quale vengono fissati limiti inderogabili introdotti dalla Legge Ponte per quanto riguarda gli indici e gli standard urbanistici che prevedono per zone territoriali omogenee:

  • 4,50 mq/abitante  destinati all’istruzione
  • 2,00 mq/abitante destinati alle attrezzature di interesse comune
  • 9,00 mq/abitante destinati agli spazi pubblici attrezzati
  • 2,50 mq/abitante destinati a parcheggi

Sotto tali valori non è possibile scendere. Sono leggi che nascono con il preciso scopo di garantire la vivibilità delle nostre città. Tuttavia questi standard sono spesso disattesi ed ormai il ricorrere alla monetizzazione è ormai consuetudine, come consuetudine è che il recupero degli stessi molto spesso avvenga con molto ritardo e non nelle stesse aree omogenee come prescritto dalla legge. Ma facciamo una riflessione proprio sugli standard

GLI “STANDARD” URBANISTICI IN ITALIA E IN EUROPA

La monetizzazione degli standard dovrebbe essere l’ultima estrema possibilità.  I rapporti del D.M. 1444 sono stati fissati 50 anni fa e per questo dovrebbero essere revisionati sia nelle quantità che nelle tipologie.  Oggi 9mq per abitante destinati a verde e spazi attrezzati o 2,5mq di parcheggi per abitante appaiono molto sottodimensionati. Limitarci a garantire standard così ridotti vuol dire rassegnarci a vivere in città congestionate e sempre più invivibili.

In nord Europa abbiamo città come Goteborg, Aarhus, Helsinki, Praga o Stoccolma  che hanno a disposizione almeno 100mq di aree verdi per abitante.  Ma anche  senza  raggiungere  livelli  così  elevati, tanto per fare alcuni esempi, città  come  Bristol  con oltre  30  mq/ab. o Rotterdam con i suoi 28,3mq/ab. mostrano  una  disponibilità  di  verde  pubblico  che  è  tre  volte superiore a quella di  Milano e addirittura dieci volte quella di Napoli.

IL VERDE URBANO NEI CAPOLUOGHI DI PROVINCIA ABRUZZESI

In casa nostra, in Abruzzo, le cose non vanno benissimo anzi… a L’Aquila ad esempio abbiamo appena 5,9 mq/ab di verde e 6,6 mq/ab a Chieti, a Teramo invece 6mq/ab. Infine, scondo i rilievi Istat, Pescara invece dotrebbe poter contare su ben 38,1mq/ab di verde attrezzato, tuttavia questo dato è difficile da comprendere in quanto, avendo Pescara circa 120’000 abitanti e moltiplicando questo  alore pr 9mq/ab risulterebbero oltre 450 ettari di verde urbano, dato evidentemente errato in quanto le uniche due grandi aree di verde urbano dela città sono la pineta d’Annunziana che si estende su 53 ettari e la pineta santa Filomena a confine con Montesilvano avente una superficie di circa 17 ettari.  Nel complesso Pescara, sommando tutti i parchi e le aree verdi non supera gli 80 ettari di verde attrezzato quando per garantire almeno i 9mq/ab dovrebbe poter contare su almeno 110 ettari di spazi verdi attrezzati. Un dato realistico su Pescara è di scarsi 7mq/ab di verde.

Tutti questi numeri per evidenziare che, sopratutto nei grandi centri aumentare il carico antropico significherebbe compromettere ulteriormente questi rapporti già insufficienti.

LA VULNERABILITA’ DEGLI EDIFICI

Un altro aspetto da valutare con estrema attenzione è la vulnerabilità degli edifici.  La maggior parte del patrimonio immobiliare residenziale della nostra regione è stato edificato tra gli anni ’50 e ’70 periodi in cui la normativa era profondamente diversa da ora, inoltre molte zone non erano considerate a rischio sismico e la tecnologia strutturale era molto diversa. Il mix di queste condizioni ha prodotto edifici spesso disposti su molti piani, in zone ad alto rischio sismico, con strutture portanti in cemento armato costituite da calcestruzzo scadente, ferri lisci e scarsa presenza di staffe. Pensare di aumentare il carico antropico su questa tipologia di edifici vuol dire in termini statistici avere, in caso di calamità naturale, un numero di morti più elevato. Nell’ipotesi in cui venga richiesto l’adeguamento all’attuale norma antisismica ovviamente le verifiche non ridarebbero mai valori in norma per cui bisognerebbe necessariamente intervenire dal punto di vista strutturale per l’adeguamento con, di conseguenza, costi molto elevati che vanificherebbero l’operazione dal punto di vista economico. Senza contare gli interventi in condomini dove, di fatto, in molti casi l’adeguamento è impossibile e dove, per altro, l’introduzione di nuove unità residenziali porterebbe alla ridefinizione delle tabelle millesimali. Oltre al rischio sismico molti edifici ricadono in zone ad alto rischio idrogeologico e rendere abitabili scantinati e comunque vani al di sotto del piano stradale può essere fatale in caso di alluvioni, oggi purtroppo sempre più frequenti.

Norme di questo tipo possono avere un senso se facenti parte di un ragionamento più ampio. Se l’obiettivo è il contenimento di uso del suolo e la condizione dei centri principali urbani abruzzesi presenta una carenza così forte di standard, la strada maestra dovrebbe essere quella di incentivare la rigenerazione del tessuto urbano favorendo lo sviluppo in altezza in modo da liberare aree a terra. Demolizione e ricostruzione di strutture capaci di assorbire anche forti eventi sismici. Nei centri minori, invece, fino ad esempio a 10’000 abitanti, ed in generale nei piccoli comuni o comunque dove gli standard urbanistici sono abbondantemente garantiti, potrebbe aver senso un recupero abitativo di questo tipo prevedendo la possibilità solo all’interno di edifici adeguatamente ristrutturati in modo da superare le attuali normative antisismiche.

CONCLUSIONI

Le scelte politiche, prima di portare avanti determinate proposte, prima ancora di favorire l’interesse dei singoli, dovrebbero in primis salvaguardare l’interesse collettivo garantendo, in questo caso, la qualità dei centri urbani oltre che ovviamente l’incolumità di chi li abita. Aumentare il carico antropico significa congestionare ulteriormente centri che spesso hanno già forti criticità. Fin quando nella scala delle priorità verranno prima gli interessi dei singoli a scapito dell’interesse dello spazio pubblico, qualsiasi legge non riuscirà mai ad incidere in modo significativo sulla qualità dei centri urbani.

Tralasciando le criticità tecniche circa la reale applicazione della norma,  questo progetto di legge può avere un valore se seguito da una revisione generale delle norme urbanistiche, diversamente, se rimarrà l’unica azione messa in campo, sarà l’ennesima ed inutile norma che risolverà solo qualche puntuale esigenza abitativa. Andare oltre l’urbanistica dei ripostigli, questo mi auspico, prima che come tecnico, come cittadino.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *